
Nocciola Piemonte caramellata ricoperta di cioccolata… una caramella, un bonbon…
A volte il passato ritorna con una caramella… ritornano i ricordi in maniera così forte, ti investono come un’uragano…
Questa piccola delizia è legata a sette anni della mia vita, sette anni passati in collegio.
Non il collegio per signorine, ma un collegio per bambine con problemi familiari.
Eravamo tutte figlie di famiglie con gravi problemi messe lì dalle assistenti sociali, figlie di separati come nel caso mio e di mia sorella (negli anni 70 il divorzio non era ancora passato) figlie di ragazze madri, di prostitute, chi orfane di padre, chi di madre…
Quaranta bambine in età compresa tra i 7 e i 14, io li ho fatti tutti i passaggi dai 7 ai 14… mia sorella era la più piccola, lei si è fatta dai 5 ai 12 anni lì dentro.
Sembra che parlo di un carcere, vero?
In fondo lo è stato, anche se a scuola andavamo fuori, con i bambini che avevano una vita e una famiglia normale, noi finite le lezioni tornavamo là dentro.
Per i compagni di scuola eravamo “quelle del collegio”…le diverse.
Ricordo ancora il primo giorno…
Parliamo di ben trentotto anni fa, ma lo ricordo ancora quel primo giorno.
Un corridoio che ci ha portate in un salone, la sala ricreazione, pieno di bambine che ci guardavano e noi spaventate perché da quel momento quella sarebbe diventata la nostra seconda casa.
La suora ci ha presentato come “ le nuove bambine”, e gli sguardi di tutte loro, non di accoglienza, perché erano arrivate altre due con le quali dover combattere per ricevere attenzione.
Mia madre era andata via di casa lasciandoci, mio papà in ospedale, l’unica soluzione il collegio. Ma vai a spiegarlo ad una bambina… come puoi farle capire che a casa non può stare e che da quel giorno potrà ritornare nella sua vera casa solo dal sabato pomeriggio alla domenica sera?
Quante volte alla domenica a me veniva la febbre e Elena cominciava a vomitare, una reazione fisica al sapere che alla sera saremmo salite in auto per ritornare là dentro.
I primi anni i dormitori erano stanzoni grandi, con i letti in fila separati da un comodino, tutti i nostri vestiti avevano un numerino attaccato che era il nostro numero ed erano messi in armadi a muro lungo un corridoio.
Non potevamo scegliere, loro ci preparavano una pila di biancheria che comprendeva tutto, ci veniva data prima di fare il bagno e con quella si scendeva giù dove ci aspettavano una fila di vasche e a turno tutte ci lavavamo.
C’era il refettorio dove mangiavamo, e il cibo scarseggiava sempre. C’era un mobile con tanti stipi e lì ognuna metteva il proprio tovagliolo e se avanzava il pane che tenevamo per quando avevamo fame, ma il più delle volte arrivavi e qualcun’altra te lo aveva preso… e rimanevi con la fame.
Alla mattina ci davano la merenda da portare a scuola, era dentro un sacchetto di plastica dove avevano attaccato con lo scocth un bigliettino con il nome. Mio papà ci comprava le brioche e le trovavamo nel nostro sacchettino, era per me come averlo vicino… Al ritorno da scuola ridavi il sacchetto per il giorno dopo.
Ricordo il bagno a fianco della sala ricreazione, era sotto il livello della strada e da lì il sabato pomeriggio potevo vedere quando mio papà parcheggiava la macchina per venirci a prendere. Chissà se ha mai saputo quanto tempo stavo lì con gli occhi sollevati a guardare, spiare il suo arrivo.
Per assurdo, io a mia sorella non siamo state unite in quegli anni, tutte e due affamate di amore, di attenzioni, eravamo in competizione come con tutte le altre.
Solo un paio di suore erano gentili con noi, Suor Anna su tutte ricordo, c’era poi suor Diomira invece che era di un cattivo… riguardando una foto della mia Cresima dove c’è lei la rivedo, alta, secca, frustrata.
Erano ancora gli anni nei quali farsi suora il più delle volte non era una vocazione, così in qualche modo tu, anche se piccola, lo sentivi che ti facevano pagare la loro frustrazione per una vita che non potevano viversi perché anche loro prigioniere lì dentro.
Uscita da lì a 14 anni io e a 12 mia sorella, siamo andate in tribunale e abbiamo detto che volevamo andare a vivere con nostro padre. Non è stato facile, ricordo che il giudice era rimasto scandalizzato dal fatto che quasi urlando dicessimo che con nostra madre non volevamo stare come invece lui voleva, per di più in quegli anni non affidavano ad un padre, per di più malato, i figli, figuriamoci poi due bambine. Ma alla fine tra quanto avevamo espresso noi, e i vari atti del tribunale, a nostro papà siamo state affidate!
Per anni ho avuto incubi del collegio, sono riuscita a calmarli andandoci un giorno, anni dopo, da adulta.
Da fuori ho guardato quei muri, le finestre, il cortile, la finestra dell’attesa… non sarei mai più ritornata lì dentro, gli incubi sono così passati, libera finalmente da quel posto.
Ma è bastata una caramella per riportarmi lì dentro.
Mio papà ci aveva comperato un sacchetto gigante di quelle caramelle per essere messe nel sacchetto della colazione, ma una sera la famosa suor Diomira le ha prese a manciate e le ha gettate per terra così che tutte le altre bambine potessero prenderle.
Non ricordo se l’avevo fatta arrabbiare, ma quanto ho pianto! Sapevo che mio papà faceva sacrifici per comprarci le caramelle e le brioche, e vederle buttate così, per terra alla presa di tante mani era stato come un’offesa grandissima verso il mio papà.
Quelle caramelle nonostante fossero buonissime non sono mai più riuscite a mangiarle, e quando le vedevo nei negozi ritornavo là dentro…
Ma l’altro giorno mia sorella me ne ha portato un sacchetto… appena ha visto la mia faccia mi ha detto
- Lo so, lo so che anche a te fa male vedere queste caramelle, ma ricorda invece che papà ce le comprava con amore… questo devi ricordare… -
Ci siamo abbracciate come solo due che hanno condiviso così tanto possono fare, e l’amore che provo per mia sorella è diventato se possibile ancora più grande.
Abbiamo poi parlato… non lo avevamo mai fatto, faceva male a tutte e due ritornare con i ricordi lì.
Ma a volte solo chi ha condiviso con te può capire veramente, perché puoi cercare con tutte le parole del mondo di raccontare, spiegare, cercare di rendere l’idea, ma non è possibile.
E’ stato un accavallarsi di ricordi, molte cose le ricordavamo insieme, poi c’erano i ricordi personali, e tutte e due ci siamo dette che eravamo state lì fuori… e tutte e due ci siamo dette il desiderio di ritornarci, ma insieme questa volta, e se possibile entrare lì dentro.
Rientrare per vedere le stanze, i corridoi che ancora ritornano nei sogni (non più terribili come prima) rientrare per poter vedere dove abbiamo vissuto…
Perché solo ritornando dentro prendi coscienza che quella cosa l’hai vissuta veramente, che non era solo un qualcosa che sognavi, che ti faceva paura.
Sembra assurdo vero? Ma è così. E’ come se dentro di te, per difenderti, quello che avevi vissuto prende una forma diversa, ti allontani, e con il passare degli anni diviene sì ricordo, ma come di qualcosa vissuto da qualcun altro.
Ho cercato, benedetto Google… Fondata nel 1939 dalla congregazione Suore Ministre degli Infermi
Con la denominazione “Casa delle Bimbe” adibita all’accoglienza di minorenni in difficoltà.
Oggi è una comunità che accoglie ragazze maggiorenni con problemi.
Ho telefonato e ad una voce gentilissima ho spiegato e chiesto se era possibile entrare. Immaginavo non fosse possibile, ma sentendo una voce proveniente da là dentro è stato forte… senza rendermene conto ho proseguito la telefonata piangendo e dall’altra parte del telefono quella voce sempre gentile mi ha capita.
Ho visto le foto, ora è tutto colore, colore ovunque.
Tra quelle mura oggi ci sono ragazze che hanno gravi problemi, sapere che vivono in un luogo accogliente per nulla simile a quello che ha viste noi in quegli anni, non so come spiegarlo… sapere che quelle suore non ci sono più, che tutto è colore e gentilezza, ecco, so che sono accolte bene.
Andremo ancora là fuori, insieme, io e mia sorella, e anche se non potremo entrare sapremo che noi ci siamo state, che lo abbiamo vissuto quel posto e ne siamo uscite, un po’ ammaccate ma ne siamo uscite.